Correre sotto la pioggia

Correre sotto la pioggia

Guardo il cellulare: manca poco.
Controllo l’app meteo: prevista pioggia.
I problemi a questo punto sono due:
1. devo tornare a casa in bici;
2. poi devo andare a correre.
Preparo lo zaino, metto in salvo il pc dall’eventuale nubifragio.
Non serve, non cade una goccia durante il tragitto.
Però, tutto mi fa pensare che pioggia ne cadrà. E non poca.

Poso la bici, salgo su in fretta.
Mi affaccio alla finestra.
Il vento soffia sostenuto; le nuvole si stanno chiudendo nere.
La mia regola a riguardo è semplice:

se ho cominciato a correre e non piove, non piove.

Il mio coinquilino mi segue con lo sguardo perplesso.
Scendo.

Attacco il gps. Parto.
Dopo trecento metri, alla prima curva, uno scroscio intenso d’acqua.
Altri cinquecento metri e al semaforo, rosso, sono già zuppo.
Arrivo al parco, solitamente popolato: il deserto.
All’orizzonte, oltre la pista d’atterraggio del campo volo, i lampi illuminano le nubi dense e fanno scuro il profilo degli alberi.
Ho un brivido elettrico anch’io. Aumento la frequenza dei passi; balzo dopo balzo prendo velocità.
Su un lungo rettilineo scoperto, battuto da una pioggia impietosa, incrocio un tizio a torso nudo, che va a tutta, come fosse la volata della vita.
Rido forte.
Si alza un po’ di vento; si ferma un po’ il diluvio. Dalla visiera del mio berretto cadono goccioloni.
Ne incrocio un altro, di runner: ci scambiamo un sorriso d’intesa.

Guardo il gps. Sono già a buon punto dell’allenamento.
Corro nel corridoio centrale del parco, tra i filari di alberi.
Sento solo i miei passi. E il vento che tiene piegati gli alberi.
I sentieri sono vuoti. L’aria è pregna; la terra profuma di umido, come dovessero spuntare funghi a momenti.
Tuoni minacciosi in lontananza. Non me ne curo. Sono già bagnato fino alle scarpe, ma è quello l’unico peso che sento: l’acqua addosso.
Scivolo sullo sterrato; schivo le pozzanghere; accelero nell’erba bassa

Ho tutto.
Ho niente.
Ho dieci anni.
Non serve altro.

Scelgo il percorso che mi fa controllare alcune bestiole del parco.
I silvilago evidentemente non amano la pioggia; ce n’è uno solo in giro.
Quando gli passo vicino, punta le zampe posteriori nell’erba, drizza quelle anteriori e alza tese le orecchie: mi guarda con un solo occhio per valutare la fuga. Ma sono distante e resta lì fermo a guardarmi, finché scompaio alla sua vista.
Una ragazza sta ferma sotto un albero. Ha i capelli ammaccati e la maglia bagnata sulle spalle; se ne sta a capo chino sul cellulare.

Curvo verso casa. Mancano tre chilometri. Ormai pioviggina.
Una cornacchia si fa prendere alla sprovvista; se ne sta spettinata sopra un palo corto: ha una cresta di piume dritta sulla testa; mi guarda passare vicinissimo col becco aperto.
Esco dal parco, rifaccio le strade cittadine.
Dall’auto uno mi urla: “Tu sei matto!”
È il mio coinquilino, sceso in auto a fare la spesa.
“È acqua” gli rispondo, allargando le braccia.

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