Scrivo di corsa - blog running

Le scuole superiori sono state una tortura.
E l’adolescenza faceva e fa schifo. Non credo a chi la racconta diversamente.
Tra amori strazianti e straziate interrogazioni, i Giochi della gioventù per me erano un’evasione.

Primavera.
C’è la gara di corsa campestre. Chi vuole partecipare? – chiede il prof di educazione fisica a fine lezione.
Alzo la mano, anche se gioco a basket. E non ho il fisico del mezzofondista.
Ma quest’ultima è una valutazione che farò razionalmente solo dieci anni più tardi.
Però, sono resistente, questo lo so.
E non mi spaventa la fatica, questo lo so io e lo sanno i miei compagni di squadra e di allenamento, che in quegli anni sono i miei fratelli.
E in più sono paziente, questo l’ho imparato da me, per me, per calmare l’impazienza.
Da altre classi il prof raccoglie adesioni, aggiunge nominativi e alla fine d’autorità completa la lista. La squadra del liceo conta una decina di ragazzi.

La mattina della gara ci aspetta un pullmino da quindici posti.
Noi, i convocati, ci conosciamo tutti, siamo tutti coetanei. Feste, tornei, partite di calcetto, spesso ci piacciono le stesse ragazze: ci incrociamo di frequente.
Ci guardiamo, ridiamo e ci diamo spintoni: salta un’intera giornata scolastica. Meglio di una gita. Due ragazzi nemmeno hanno la tuta e sono in jeans. Il prof sdegnato gli sbraita contro, poi passa oltre.
Io mi sono preparato come per una gara di basket. Sono meno teso, però.
Sono in tuta, ho con me uno zainetto: una maglia di ricambio, una felpa, un asciugamano grande e dei biscotti, quelli nel tubo di carta, con i due dischi di frolla e lo strato di crema al cacao dentro. Brutti, secchi e capaci di dare dipendenza peggio dell’eroina.
Non ho idea di cosa sia una campestre.

Ho corso qualche volta in pista, sempre per la scuola. I mille metri.
Mandato lì un po’ allo sbaraglio, a livello locale me la sono cavata benino. Tipo quarto su una trentina. E il cuore che mi batteva nelle orecchie.
A fine gara, due considerazioni su tutte:
il vincitore della gara ci ha distrutti, arrivando con un distacco mortificante;
il vincitore della gara sembrava un ragazzino delle medie: una cannuccia bionda che pesava la metà di me; l’ho visto correre nella curva diametralmente opposta alla mia, un aeroplano di carta che non toccava mai terra.

Il viaggio è lungo. Raggiungiamo dopo più di un’ora una caserma militare vicina a un’oasi del WWF.
Durante il viaggio insulti gratuiti, schiaffoni, risate. Come bertucce adrenaliniche.
Capirò poi il motivo per cui le nostre coetanee per lo più non ci consideravano.
Ci fanno scendere, ci distribuiscono i pettorali e ci dicono di prepararci perché la gara è lunga tre chilometri. Tre giri da uno.
Coro di stupore della squadra, tutto modulato su “ua”.
Il prof si porta un dito al naso e ci guarda spiritato.
Il campo di gara è quello tipico di una campestre: un circuito tra terreno, erba e fango.
Alcuni pensano di fare un po’ di riscaldamento, io sono d’accordo e vado con loro. Altri pensano che la prova sia troppo lunga e che non valga la pena aggiungere corsa alla corsa. I due in jeans se ne sbattono.

Faccio riscaldamento e ragiono sul fatto che non ho mai corso tanto a lungo. Mi ripeto decine di volte di stare calmo, di essere paziente, di non pensare agli altri. Devo arrivare alla fine, perciò resistere e non partire forte.
Non c’è una nuvola. L’inverno se n’è andato. A ogni respiro i polmoni si riempiono d’aria pungente.

Ci chiamano i giudici di gara, si va verso la linea di partenza. Siamo tantissimi, centinaia.
Sono emozionato. Mi infilo nel mischione. Intravedo la chioma dell’aeroplanino biondo in prima fila.
Senza preavviso, lo sparo. La mandria fugge via davanti.
Il biondino è già in testa, seguito stavolta da un altro ragazzo fuscello e da un gruppetto di improbabili.
Io sto attento a dove mettere i piedi. Resto in piedi tra gli spintoni.
Provo a immaginare come dividere lo sforzo in tre parti. Cerco la mia andatura.
Finisco molto dietro rispetto ai primi e staccato anche da una larga fila di ragazzi davanti a me. Tra loro anche i due miei compagni che corrono in jeans, riconoscibili. Non vedo gli altri.
Quando finisce il primo giro, cerco di capire come sono messo. E sono grosso modo a metà classifica. Mi vergognerei a finire tra gli ultimi. Penso solo a gestire per finirla, ‘sta gara.
Ascolto il mio respiro, cerco di non andare in affanno eccessivo. Qualcuno dei partecipanti già boccheggia. Segnale positivo.

Secondo giro. Nessuno mi supera da dietro; davanti cominciano a cedere. Uno dei due in jeans sta camminando. E io ho trovato il mio passo.
Scanso le pozze che ho memorizzato, mi appoggio alle staccionate in curva e metro dopo metro mi aggancio al gruppone.
I primi, gli ultraleggeri, sono lontanissimi. Corrono come posseduti da una forza sproporzionata al loro peso.
Prima che finisca il giro, ho raggiunto e sorpassato tutti i miei compagni di scuola. L’altro dei due in jeans è fermo a lato del percorso e rifiata seduto, a gambe distese sull’erba.
Guardo solo davanti. E ne sorpasso tanti con continuità inesorabile.
Qualcuno mi resta agganciato in scia per un po’, poi molla.
E mi ritrovo al centro del gruppone.
Non so come.
Mi sento il doppio delle forze.

Terzo giro. Guardo sempre dritto.
Ricordo le buche e le pozzanghere.
Mi sento leggero. Anch’io di carta. Il loro demone mi ha dato un assaggio dell’incantesimo.
Non fatico più. Le gambe girano come fossi in bicicletta.
Il gruppone è ora sottile. Siamo una trentina lì davanti, mentre i primi sono quasi arrivati.
Potrei continuare così ancora a lungo, ne sono certo.
E sono sorpreso ed entusiasta.
E insisto; spingo fino alla fine.
Mi guardo indietro, solo quando vedo il traguardo: ho paura che qualcuno possa superarmi all’ultimo. Odio.
Ma non c’è nessuno. E finisco intorno alla ventesima posizione.
Che non serve a granché, ma è un altro seme che si aprirà poi per me.

Ma come hai fatto? – mi chiede nel bus uno dei ragazzi, in dialetto, mentre mangiamo i biscotti, appetitosi come mai.
Non lo so. – gli rispondo, sorridendo.

Due frasi. Due motivi del perché corro ancora.

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