Scrivo di corsa - blog running

Questa foto è bellissima.
Un po’ scarica nei colori e sfocata, ma cromaticamente coerente.
Rispetto all’abuso di filtri e orpelli delle foto social, è quasi d’avanguardia.

Un’onesta cornice di spettatori ruota intorno al centro.
In parte fa da sfondo: c’è un uomo col cappellino rosso, accigliato e disinteressato, che dà le spalle all’atleta; c’è la posa statuaria dell’uomo sulla sinistra, che sta lì a osservare plastico.
In parte la cornice fa da pubblico: come fossimo noi, poche file dietro i primi, a osservare; come in uno spettacolo teatrale.

Al centro il protagonista.
Lì dove dovrebbe stare, un istante dopo la vittoria.
Funziona tutto: anche la piccola imperfezione di quel gomito bianco sopra la sua testa.
Mi viene da sporgermi sulla destra per guardare meglio. In un moto di curiosità inesauribile.

Tutto ciò che la foto non racconta è tutto ciò che precede questo momento.
Perché se 42,195 chilometri vi sembrano troppi, bisogna necessariamente pensare alle migliaia di chilometri corsi prima, quelli che servono a prepararla, una maratona.
Sì, migliaia. E anche un amatore arriva facilmente a correrne tanti.

E la foto non racconta dell’impegno, dei sacrifici, degli incastri nella vita familiare, del supporto di chi sta vicino;
una foto non può dire della frustrazione per le speranze riposte e vanificate, delle sconfitte inattese;
un’immagine, pur così bella, non lascia immaginare il lavoro sulla propria psiche che ogni atleta fa, più o meno approfonditamente.

Pazienza. Tanta.
Una meditazione in movimento, un dialogo profondo con sé stessi.

Il racconto di ciò che ha preceduto questo scatto l’ho ascoltato direttamente dal protagonista della foto, Orlando Pizzolato, vincitore a New York nel 1984 e nel 1985.
Perché mi sono regalato la migliore vacanza possibile (per me, eh), partecipando a uno dei suoi stage di corsa.

Il racconto della gara del 1984, quella della foto, è stato straordinario.
La partenza, la strategia di gara;
la corsa col gruppo di testa;
le facce degli altri, spiate per capire quanto fossero “cotti”;
poi l’accelerazione e il vantaggio accumulato;
e all’improvviso i dubbi, i timori;
l’umidità, il caldo e la sofferenza;
le soste ai ristori e i calcoli in corsa per gestire sforzo, tempi e distacco;
la paura di perdere; il secondo che si fa sotto di nuovo;
e allora un’altra progressione potente, crescente;
e infine l’arrivo, le ginocchia che cedono;
gli scatti dei fotografi.
Questo scatto.

E un particolare. Invisibile.
Là sotto, pur stordito dalla fatica, Orlando rideva.
“Che ho combinato? Devo telefonare a mia madre” pensava.
Rideva e pensava al premio vinto.
“Soldi! Tanti! E un’auto nuova!”
Rideva.
Pensava alla 127 sgangherata, lasciata a casa.

 

(La foto di copertina è tratta dal sito di Orlando Pizzolato https://www.orlandopizzolato.com;
la 127 non è quella che fu di Orlando. O forse sì, boh; io l’ho presa da Wikipedia.)

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