Scrivo di corsa - blog running

Da sempre mi incuriosisce la tecnica di corsa.
Da appassionato analizzo la mia e la osservo negli altri; leggo tanto a riguardo.
In questo articolo ti darò alcune informazioni di base per capirne di più e decidere se intervenire o meno per modificarla.

Durante lo stage con Orlando Pizzolato ho avuto modo di vedermi in azione.
Grazie all’analisi video ho potuto vedere pregi e pecche della mia corsa e della corsa dei miei compagni.
A ciò che sapevo ho aggiunto altre informazioni.

Fatta la premessa, assieme cerchiamo di capire.

I concetti base della tecnica di corsa

La corsa ha un’unica direzione: avanti; ed è inevitabile che anche la direzione complementare sia coinvolta: indietro.
Gli scarti laterali sono rari, solitamente legati a imprevisti. Sorpassi, fossi, pozzanghere, cani, bambini, buchi neri, cose così.
L’aspetto interessante è che serve comunque allenare i muscoli addetti ai movimenti laterali.
Perché? La risposta tra qualche paragrafo.

Molti pensano che correre sia una lunga serie di balzi in avanti.
In effetti, nelle sue esecuzioni meglio riuscite, si potrebbe dire che la corsa somigli più all’andare su un monociclo:

  • il busto è dritto, ma non impettito, e appena inclinato in avanti;
  • la testa sta dritta e allineata con addome e bacino;
  • le spalle sono rilassate;
  • l’addome è fermo, il bacino controllato;
  • le braccia devono muoversi in avanti, cercando di stare vicine al tronco: a ogni spinta del braccio corrisponde un passo in avanti della gamba opposta.
    Appunto: e le gambe?
  • Le gambe dovrebbero “mulinare”, sostituendosi una all’altra in appoggi veloci: come andando su un monociclo.
  • L’appoggio del piede meriterebbe un articolo a parte. E credo proprio se lo meriterà.
    Ti anticipo, in sintesi, che più veloce si va, più si tende a spostarlo sull’avampiede, ma non è una regola universale.

Ok, fatto l’elenco, ci si pensa un po’; si ripassano mentalmente tutti i particolari da tenere in conto; ci si mette in posizione e sembra una fesseria diventare Mo Farah. Sempre lui, il divino.

La tecnica di corsa di Mo Farah, la falcata
La tecnica di corsa di Mo Farah, la falcata

Guardalo correre: è il compasso delle scuole medie, quello con la “gamba” pieghevole.
(Ho capito ora a cosa servisse quel compasso! A darmi un’immagine calzante della falcata di Mo.)

E invece no. Si corre così bene un po’ per predisposizione genetica, ma soprattutto dopo anni e anni di lavoro.

E noi amatori?

Noi il compasso ce lo scordiamo e corriamo storti e contenti, secondo quelle che sono le nostre possibilità fisiche attuali.
No stress, sì divertimento e impegno.
Una buona tecnica si impara da ragazzi, si imposta allora e poi si cura nel tempo.
Chi come me e tanti tra voi viene da altri sport o da una vita sedentaria, probabilmente non ha un’impostazione ottimale.
E non basta correre per imparare a correre.
Anzi, per migliorare la tecnica, bisogna fare prevalentemente altro.

Questo punto è un dramma per i runner.
Te lo spiego con una domanda:
preferisci correre venti minuti in più o fare venti minuti di esercizi di mobilità?
Bugiardo, hai detto “esercizi”.
Le risate del mondo podistico riecheggiano sonore. Che vergogna.

La risposta

Dunque, la risposta alla questione sulla tecnica di corsa la si ottiene, ribaltando il punto di osservazione:
si ha una buona tecnica di corsa, se si lavora a parte e con costanza sulle diverse qualità complementari (e propedeutiche) al gesto della corsa. Poi si corre meglio.
Capito?
No?
Nessun problema, ti scrivo una lista di cose da fare:

  • devi allungare e, meglio ancora sarebbe, rendere elastici i tuoi muscoli;
  • devi rafforzare i muscoli stabilizzatori dell’addome e del bacino;
  • e chiaramente devi rafforzare i muscoli delle gambe (anche quelli laterali, ricordi? Servono a non disperdere a destra e a manca – letteralmente – il movimento)
  • sfrutta le sedute tecniche per correre al meglio: non più forte, sii esteticamente impeccabile (“corri e non farmi vedere che sei stanco” dice Orlando ai suoi ragazzi); concéntrati nel farlo.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di automatizzare il gesto quanto più possibile, correndo senza tensione, in maniera elastica, sfruttando la gravità, senza “saltellare”, senza dispersioni laterali o verticali di movimento.

Domanda: i top runner, quei maledetti che vanno sotto i 3′ al km come niente fosse, sono stravolti dopo una finale dei diecimila?
No. Maledizione, no.
Salvo casi eccezionali, finiscono la gara in volata, poi subito dopo già corricchiano per la pista:
cercano bandiere, salutano gente, abbracciano pupazzi, si fanno selfie, baciano telecamere.
Domanda: e noi amatori a fine gara?
Le facce alla Munch.
Munch_The_Scream

Ed è qui che ti porgo lo zuccherino consolatorio (anche se con gli zuccheri non esagerare, eh).
C’è un motivo se ci sentiamo più stanchi noi, anziché loro.
Sai qual è? Siamo davvero più stanchi.
Più si corre lentamente, più si appoggia il piede a terra (per più tempo e con una maggiore superficie d’impatto); perciò gli appoggi sono più traumatici per la muscolatura.

Stefano Baldini, grandissimo ex-runner nostrano, allenatore federale appena dimessosi, vincitore olimpico della maratona di Atene, ha corso una vita ad alta velocità (sotto il famoso 3′ al km di cui scritto in precedenza).
Ritiratosi, ha continuato a correre, partecipando per divertimento a garette di paese. Passo tenuto: 4’/km.
Per lui una passeggiata.
E invece no.
A Radio Deejay raccontò di essersi sentito muscolarmente molto più stanco dopo le garette, piuttosto che dopo le gare internazionali da professionista.
Era cambiata la sua tecnica, cambiati gli appoggi; aveva fatto più fatica, era stato più tempo sulle gambe.

Perciò, non farti venire complesso alcuno.
È la tua corsa, la tua gara.
E se ci metti più tempo, non per questo sei meno eroico.

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