Scrivo di corsa - blog running

Non ho bisogno della sveglia.
Il letto è piccolo e scomodo, il materasso smollato e polveroso.
In piena estate mi ritrovo con i primi sintomi dell’allergia addosso. Il naso sempre umido, gli occhi gonfi e pronti a prudere.
Eppure sono entusiasta. Non vedo l’ora di scendere giù ad allenarmi e poi in centro a girare per la città.
Sarajevo l’ho sentita intima subito.
I panni, le scarpe e l’orologio sono già pronti in bagno.
Mi vesto, cercando di non fare molto casino: non voglio svegliarla.
Esco dalla camera.
Tarik, il ragazzo che gestisce il b&b, è nel corridoio che controlla le mail al pc.
Mi guarda, capisce e sorride.
Lo ringrazio ancora una volta.
Mi chiede in inglese “quanti chilometri?”
Gli rispondo “dieci o dodici, non so”.
Sorride ancora e mi saluta.
Ha una gentilezza tenera, ruvida. La stessa con cui il giorno prima mi ha accompagnato.

Gliel’ho chiesto mezza volta. Mi ha bloccato.
Mi ha detto di aspettare due minuti; è scomparso e riapparso, mi ha fatto cenno di seguirlo.
Siamo usciti a piedi dal piccolo quartiere sulla collina.
Si è fermato pochi istanti per farmi vedere il panorama della città dall’alto.
“Qui sotto c’è la Baskarsija, ci sei già stato, giusto?”
“Sì, ieri pomeriggio siamo stati in giro.”
“Di qua, a sinistra c’è il fiume; lì puoi andare a correre.”
E mi fa cenno di attraversare un cimitero senza recinzioni.
Le lapidi come colonne, candide, sono disseminate su tutto il poggio.
I nomi in rosso, quasi tutti affiancati dalla mezza luna. Tanti giovani e giovanissimi, tanti adulti giovani.
“Come lo conosci questo percorso?”
“Ci venivo a correre.”
“E hai smesso ora?”
“Non posso più.”
“Infortuni? Cosa ti è successo?” gli ho chiesto e ho subito pensato: perché non stai zitto?
“Mi allenavo, mi piaceva, ma poi c’è stata la guerra.”
“Vero.” gli ho risposto dimesso “E ora non ti va più?”
Si è battuto il petto leggermente.
“Il mio cuore non funziona più bene”.
“Per la guerra?” altra domanda da babbeo.
“Sì, durante la guerra.”
Arrivati dall’altra parte del cimitero, si vedevano le scalette della stradina che portava al fiume.
“Qui devi scendere; fai le scale, a sinistra e poi puoi cominciare”.
Gli ho sorriso, inchinandomi anche un po’.
Lui ha ricambiato, sorridendo anche con gli occhi.
E liberandomi dall’imbarazzo di essere stato scortese e invadente.

Rifaccio la strada del giorno prima; riattraverso il cimitero. Osservo meglio le lapidi.
Un intero settore è occupato da morti del periodo di guerra.
Le date in rosso, quelle di morte, sono coeve.
Imbocco la stradina segnalata, temo di perdermi. Impossibile, cento metri e sento già il fiume scorrere.
Passo in una piccola piazza. Un uomo vende uccellini nel cofano della sua vecchia auto.
Sul lungofiume non c’è nessuno. La pioggerellina scoraggia i più.
Passo in mezzo a gole strette; su due pareti ripidissime hanno montato gli appoggi per l’arrampicata sportiva.
Risalgo il fiume, che è stretto e lento. Proseguo per diversi chilometri in leggera salita.
Dall’erba di lato vengono fuori delle lumache enormi. Sono almeno il triplo di quelle che conosco io.
Hanno il guscio marrone scuro e il corpo porpora, come le barbabietole.
Strisciano veloci, quasi invadono il sentiero.
Cerco di evitarle, non vorrei schiacciarle, ma è inevitabile. Sono ovunque.
Sono come le ferite cittadine della tragedia recentissima, che sono inevitabili: nel quartiere storico, ormai turistico; sul lungofiume; nel centro cittadino moderno; al mercato rionale. Sono ovunque.
Come anche la cordialità e i sorrisi. Come quelli di Tarik. E come quelli del barista da cui poi io e lei scendiamo a fare colazione. Ha l’età di mio padre, una camicia beige leggera e i capelli grigi pettinati ordinatamente di lato.
Tra un caffè e un vassoio di dolci freschi come quelli di mia madre, senza una parola in comune in tre, ci capiamo. Ridiamo. Finiamo di mangiare e restiamo seduti al tavolino ancora.
A gesti ci facciamo domande e ci diamo risposte. Ridiamo.
“Caffè?”
“Cafè… Kavè!”
“Uno”
“Jedan!”
“Due”
“Dva!”
“Tre!”
“Tri!”
E allora sì, prendiamoci un altro caffè.

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