Maratonina vanvitelliana – 12,2 km

Maratonina vanvitelliana – 12,2 km

Partiamo da un dato di fatto: Maddaloni e Valle di Maddaloni, teatro della Maratonina vanvitelliana, sono due comuni distinti.
Sembra una sciocchezza, ma per chi ama la geografia non lo è.
Io non lo sapevo, forse non lo ricordavo.
Ora lo so: un neurone occupato.
Quindi, luogo di questa storia: Valle di Maddaloni.

Pronto, Gigino ‘o Presidente?

Torno sabato sera, domenica mi fai gareggiare?

Valle di Maddaloni? Maratonina vanvitelliana?

Che gara dal nome altisonante. E non è Maddaloni?

Ah, ‘e capit… Ok, dodici chilometri. Vengo.

Fa niente che non è su percorso scorrevole. Altre gare ci sono in settimana?

Appost. Ci vediamo domenica.


Partiamo presto, al solito orario delle gare.
Il Pres. Gigino mette a disposizione un furgone brand D’Aniello: sembriamo una squadra serissima.
Tra vecchi e nuovi compagni (un piacere avere conosciuto Carmine D’Auria) chiacchieriamo durante il viaggio.
Ci sono anche i due Mario, colonne della nostra squadra.
Temiamo l’ acquazzone. Quando arriviamo, fa caldo e c’è vento. Se c’è vento, non piove. Quindi va bene.
L’altro Carmine (Rossi, vecchia conoscenza) deve comprare per un amico pedante le mele annurche, che sono tipiche della zona.  E ce lo ripete come un mantra. E noi lo recitiamo con lui, grande Sai Baba.

Ci cambiamo per il riscaldamento.
Eeeeeee, cazz: ho dimenticato il gps.
Vabbe’, la comodità della gara è che viene cronometrata.  Ed è una buona occasione per correre ascoltando le sensazioni.

Ricordate uno degli ultimi post? (quello sulla Cinisello di corsa)
Non so partire. Lo ammetto. Lo so.
Però, quando ci sono i compagni di squadra, sì.
E grazie a Peppe Sicignano (ottimo dodicesimo nella gara da 25 km) mi trovo subito dietro la prima fila.
Perché mi prende quasi di peso e mi infila tra le transenne.

Cinque, quattro, tre… Via.
A braccia larghe aspetto che si apra spazio davanti. Assieme a Salvatore, che so avere un passo simile al mio, arrivo al terzo chilometro.

Hanno cambiato percorso, non c’è più quella salita – dicono.

Ma ce n’è un’altra, lunga più di un chilometro; ripida a tal punto, che alla fine cammino anziché correre. E vado comunque più veloce del ragazzo al mio fianco, che saltella imperterrito sul posto. Intanto, nonostante tutto, ho scalato qualche posizione.
Al quarto chilometro, curva strettissima, fine della ripidità: il sentiero corre nel bosco. E sono quattro chilometri stupendi. Mi attacco a un gruppetto di tre persone. Sto con loro e recito il mio mantra: “cor-re-re, cor-re-re”. Tre sillabe e una pausa.
Cadenza e spalle basse, cadenza e braccia, cadenza e sguardo dritto.

Al nono chilometro passaggio fantastico sul ponte in pietra. Tutta la valle sotto di noi. Spettacolo.
Poi un chilometro in picchiata folle, che sfocia sul vialone che porta al traguardo. I due davanti a me mollano. Vedendoli mollare, mi aumentano le forze: matematico.
Chiudo in crescendo. Mi faccio fare le foto da fesso, mentre mi liscio la barba, ma non vengo immortalato.

Maratonina vanvitelliana, nono km
Niente lisciata di barba, maledizione.

All’arrivo sono tredicesimo. Oh, su ottocento suona bene.

Al ristoro deludo le bimbe, che vorrebbero recuperare il mio chip giornaliero. Ho il personale, mannaggia. Scusatemi.

Ritiro il premio: possono mancare vino, pelati, pasta e merendine del discount? No, cari, no!
Ma cacchio, le crostate! Dove sono?! Voi leggete e mi fate i dispetti, l’ho capito, ‘sti fetienti.

Tornati al furgone, Carmine riparte col mantra: “le mele, le mele, le mele”.
E se Sai Baba va, noi andiamo con lui. E alla fine le compro anch’io. Le compriamo tutti.
Mado’, che buone. Ne mangio due lì.

E lungo la strada non ci si ferma per prendere le mozzarelle? Salvatore conosce un posto ad hoc.

E poi non ce lo vogliamo prendere tutti assieme il caffè? C’è uno che lo fa buono e Gigi ce lo offre un’altra volta.

Sì, signori.
Sono a casa.

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