Ma che mi ridete?
No, seriamente. Non c’è niente da ridere…
Ancora?!?

Sono stato un fanatico della NBA. Amavo il basket follemente.
Giocavo per interi pomeriggi con una pallina in gomma e un canestrino di plastica, fissato alle ante superiori dell’armadio di camera mia.
Provavo giocate e intanto facevo la telecronaca.
Avevo un quadernino con i risultati delle partite, perché chiaramente tutto quel giocare era finalizzato alla vittoria finale.

Inizialmente parteggiavo per Magic e per i Lakers.
Magic era fenomenale. Credo che chiunque, vedendolo, capisca che ciò che stava facendo era bello. Esteticamente incontestabile.

Poi vidi Michael Jordan. E rinsavii solo quindici anni dopo.
Di questa storia, tuttavia, vi parlerò nel mio blog sul basket.
Scherzo, non ce l’ho.
Paura, eh?

Come si legano questo preambolo e il resoconto della giornata di ieri?
Voi dovete solo chiedere, io sto qua a bella posta.

Ieri sono stato a Castellammare di Stabia, provincia di Napoli. Avevo in programma un allenamento lungo di 32 km.
Ne ho approfittato per correre tra questi una mezza maratona, la Stabiaequa, che ha in sé gli antichi nomi dei due comuni in cui si corre: Castellammare e Vico Equense.
Le previsioni erano più che preoccupanti: erano senza scampo.
Pioggia, vento, emersione di Poseidone dal mare.

Difatti sono uscito da casa e il cielo era chiuso da nuvole in ogni angolo.
Arrivato al luogo dell’appuntamento con Antonino e Andrea, pioveva.
In autostrada verso la gara abbiamo visto la strada litoranea, percorso di gara, sommersa dal grigio.

Sbrigate le pratiche burocratiche velocemente, siamo andati a cambiarci. Il mio programma prevedeva 5 km prima, 21 durante e 6 dopo. Perciò velocemente ho iniziato il riscaldamento.

Non pioveva molto.
Non pioveva molto, ma appena abbiamo girato l’angolo in direzione di Vico:

Una specie di vortice, che ci soffiava contro ovunque.
Alla partenza abbiamo scavalcato la transenna laterale per non partire da ultimi.
Non si fa, lo so.
Va bene, non lo faccio più.

Inno, speaker che chiacchierava, “cinque, quattro…”, votta-votta, partiti.

La tecnica al momento della partenza è sempre la stessa, ma la ripeto in modo che anche chi dovesse capitare qui per la prima volta sappia: gambe un po’ larghe, passi brevi, braccia larghe a prendere contatto con quelli vicino, si spinge e ci si sostiene a vicenda contemporaneamente, e si urla “Oh-oh-oh”, finché non si apre un varco davanti: lì ci si butta dentro e si scappa davanti per evitare imbuti.

La gara era praticamente divisa in due: dieci chilometri pianeggianti a Castellammare, gestibili e regolari; il resto lungo il mare, andando a salire verso Vico e poi a tornare indietro.

Sì, ma che c’entrano la NBA e i Chicago Bulls con la gara di ieri?
C’entrano perché in mezzo a tutto quel vento, con le mani che mi sembravano volersi seccare fino a diventare di carta, pensavo al fatto che Chicago è Windy City.
Eh, avete ragione. Ognuno ha i neuroni che si merita.
A metà gara siamo ripassati per il via.


Dopo i dieci chilometri in piano, corsi bene in trio con Andrea e Antonino, è gradualmente cominciata l’ascesa verso Vico Equense.
Prima salita leggera, vista mare. Spettacolare.
Poi pian piano salita più rapida. E vento. Vento feroce.

E non era nemmeno di terra. Come durante il riscaldamento, soffiava ovunque.
“Andrea, teniamo botta, ché poi al ritorno ce l’abbiamo a favore”.
È apparso Mario in cerata giallo fluo in direzione opposta. Se dovessi scommettere un euro, stava andando a farsi il bagno.
Abbiamo accorciato i passi, salendo; intanto, quasi arrivati a Vico, abbiamo incrociato i primi di ritorno. Non stavano andando fortissimo, per essere a così poca distanza da noi. Ho contato le posizioni: tredicesimo.
Giro di boa. La gente in piazza ci ha salutato divertita.
Io lo so che ci hanno preso per sciroccati. Anche se quello che soffiava forse era grecale.

La discesa.
Andrea e Antonino si sono staccati, ma non di molto.
Ho provato a ragionare sulla tattica di gara.
Avevo nelle gambe gli allenamenti settimanali e altri sei da fare dopo la fine della gara: avrei provato a spingere al meglio in discesa.
Ho provato ad allungare la falcata: piedi poco reattivi.
Prevedibile.
E allora ho spinto come potevo, cercando di restare più decontratto possibile. Davanti vedevo il dodicesimo.

Come si fa quando la gara sta per finire, ma sembra non finire mai?
Boh. Io guardo chi mi corre davanti e provo a raggiungerlo.
“Più veloce corri, prima finisce”, citando Aldo Rock.
E sono andato giù come meglio mi veniva.
Al 19° km ho raggiunto e sorpassato il dodicesimo, guadagnandomi la sua posizione.
Al traguardo sono arrivato in solitaria. Poco dietro di me Andrea, tredicesimo. E dopo poco Antonino, che non era molto in palla.

Finita qui?
No, cari. Altri sei chilometri per me.
Non mi sono fermato al ristoro.
Sono andato a dare fastidio a ogni runner che stava corricchiando dopo la gara, in modo da avere compagnia.
Poi sono tornato sul percorso di gara con il pettorale abbassato; quando ho incrociato Salvatore, con lui sono tornato verso il traguardo, dandogli sostegno nello sprint finale.
Quando un callo ha iniziato a pizzicare, ho pensato che poteva andare bene così per questa domenica.

Bilancio finale: allenamento completato; nessun reintegro durante; succhi di frutta e crostatine dopo senza ritegno.
“Oh, in discesa pure era contro il vento” mi ha fatto notare Andrea, ridendo.
Ve l’ho detto: era un vortice.

– E questa che c’entra?

– Niente, ma è bella. E sono gli Earth, Wind and Fire.

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