Maratona di Milano 2019

Maratona di Milano 2019

La prima maratona è come il primo amore. Non te la scordi, ma quanti brufol… pardon, quanta stanchezza.

In griglia pre-partenza.
Un tipo davanti a me ha otto (8) gel in una cartuccera. Io: uno.
Mestizia.

Il gel al 30esimo chilometro è la cosa più buona del mondo, dopo le crostatine.
Crostatine über alles.

Non credo all’oroscopo, ma a Tonino sì.
Se dice A, è A. Se dice un tempo sulla maratona, quello faccio.

No, non è vero. Ci ho messo un po’ di più.

È che ho temuto. O meglio, sentivo di dovere essere rispettoso. Ho aspettato. E quando avrei voluto spingere, ho dovuto tenere il ritmo.

Che po’, visti i parziali, sono stato discretamente regolare.

Il giorno prima al pavillon della Milano city fiera c’era la Marathon running convention. Ritiro pettorali e pacchi gara, stand, volantini e street food.

Se questa città non la smette di usare l’inglese per ogni head of dick, mi viene una mossa. Tipo Marisa Laurito.

Non ho fatto una foto. Nemmeno una.

Ah, chiaramente avrei cazziato tutti quelli che si sfondavano di fritti e roba unta, se non avessi portato uno zaino-fardello, contenente gravose derrate alimentari.

A questo proposito, “viene da Napoli” è la giusta spiegazione di chi mi ha ospitato e ancora ringrazio. Non lo saprei spiegare meglio nemmeno io. Forse temiamo che il mondo intorno a noi muoia denutrito.

Il pre-gara è stato lungo.
Chilometri a piedi, passando per i giardini Montanelli e in mezzo a duemila transenne.

Il clou del divertimento è stato fare pipì vicino a una banca: fuckdasystem.

Gli ultimi due chilometri forse sono il vero premio.

Se non ci arrivi morto.

Quando ho visto il traguardo, ho capito che ce l’avrei fatta a scendere sotto le 2h50′. E schifo non mi fa. Anzi.

Dieci secondi alla partenza: pioggerellina.
Tre chilometri: ‘ncatastata d’acqua.

Tutti sanno che correre con i piedi bagnati è la cosa più bella che c’è.

E anche più salutare. Vi saluta il mio naso che tira su, mentre scrivo.

Del pacco gara non vi dico.

Anzi, vi regalo un portachiavi a forma di mucca. Chi lo vuole?

Ho anche una fascia per capelli, sponsorizzata dal parmigiano reggiano. Che mi rimanda a brutte immagini di cute grassa.
Chi la vuole?

Ho ripercorso tante delle strade in cui sono stato nell’ultimo anno. A me Milano piace.

D’estate fa cacare, fa caldissimo e si schiatta.

Ma di domenica mattina, tra le case basse, di cui si vedono a momenti i cortili interni, è stupenda. E silenziosa.

Ad Angri simm quattr ‘e nuje e ci sta un casino senza pietà.
Ubriachi molesti, andatevene da sotto il mio balcone.

Raga’, il tifo in strada. Fantastico.
Tutti, grandi e piccoli, donne e uomini.
Leggevano il nome sul pettorale per incitare.

Oh, io ho sorriso a tutti.
Magari un po’ contratto, ma ho risposto.

Strategia.
Bere ogni cinque chilometri. Integratori meglio pochi. Gel al 30esimo, come detto.

Quinto chilometro, bottiglietta d’acqua, ok.
Decimo, bicchiere di integratore.
Plop.
Dita del guanto sinistro completamente imbibite.

E le scarpe sponzate, e le dita sponzate.
Me pare ‘o pan ‘e gran.

Tradotto:
“sponzate” sta per “imbibite”, come scritto poco più su.
“Me pare ‘o pan ‘e gran” sta per “Mi sento come il pane casereccio tostato nostrano, che ha bisogno di rinvenire in acqua per essere mangiato con buona salute dei denti”

E i grandi viali alberati di Milano, specie in primavera e in autunno, che bellezza.

Torno a casa. Ascensore fuori uso. Sette piani.
In quel palazzo “non avevano leggi per punire un blasfemo”.

Ed è andata peggio a scendere.

Un tipo si è cambiato dopo la gara davanti agli stand del deposito borse. Completamente nudo.

Ora, anche io mi sono cambiato all’aperto, ché gli spogliatoi puzzavano di stalla. Ma in costume.

Ognuno tenga il proprio deretano al riparo da sguardi non interessati.

Grazie alla nonnina che mi ha messo la mantella termica sulle spalle, facendo il nodo per tenerla ferma. Ti amo. Sposami e intestami tutto.

E grazie a tutti quelli che hanno seguito la mia gara, che mi hanno scritto prima e chiesto dopo un resoconto, le sensazioni. Ogni messaggio è stato una piccola spinta, un conforto.

Pensieri sconnessi sulla mia prima maratona: quarantadue.

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