If I ever feel better

If I ever feel better

Quando sentii freddo alle ginocchia, aprii gli occhi.
Lentamente. Lentissimamente.
Guardai le dita delle mani avvizzite.
Per almeno un minuto non capii dove fossi.

Fermi, però, questa è la fine.
Partiamo dall’inizio.

Correvo ormai da mesi.
Dopo le settimane iniziali di sofferenza, sentivo la fiducia crescere.
Ormai mi credevo capace di qualsiasi impresa sportiva.
Passare da zero a dieci, dodici chilometri dà alla testa. Almeno finché non cominci a preparare la maratona. In quel caso perdi completamente la testa.
E le gambe, le caviglie, le ginocchia, la vita sociale, gli affetti, i capelli.

Dopo le prime settimane di sofferenza, ero riuscito ad abituarmi al passo di Antonio e Gianni, i “maestri”, e li seguivo nelle fredde albe autunnali.
Non mi stancavo più a stargli dietro.
Con loro avevo corso anche le ripetute: prima sui 400, poi sui 1000 metri.
Le ripetute sono quell’attività di corsa per la quale, durante e soprattutto alla fine di ognuna, senti che apparato polmonare e cardiaco ti cadranno in mezzo ai piedi.

Non mi stancavo più a stare dietro loro e avevo detto di sì all’allenamento lungo domenicale.
“Partiamo più tardi, non ti preoccupare. Puoi uscire sabato sera.”
“Vabbe’, ma che allenamento facciamo?”
“Lo stesso giro. Piano, piano. Solo che alla fine allunghiamo ancora un po’.”
“Ok, andiamo.”

E andammo.
Mattinata di sole pieno, temperatura ideale.
L’autunno campano, quando non è piovoso, è una coccola.
Partimmo. Solito primo giro: tutto ok.
“Noi da qua allunghiamo. Che hai deciso?”
“Vengo. Se proprio non riesco, torno.”

Li seguii.
Primo giretto di allontanamento: ok, mi sento abbastanza bene, solo le gambe un po’ pesanti.
Secondo giretto di allontanamento: ok, così non va bene.
Non riuscivo più ad alzare per bene le gambe, sentivo i piedi sempre più radenti l’asfalto.
Non eravamo molto lontani da casa, considerando quella una distanza da podista. Da pedone si trattava di mezz’ora a piedi.
“Gianni, io torno…”
“Ma abbiamo finito… giust giust, altri venti minuti.”
“No, Gianni, io vado verso Angri, altrimenti non ci arrivo a casa.”
“Vabbuo’, ci vediamo domani.”
“A domani.”
Sì, domani…

Li salutai con il mio sorriso migliore, che credo fu una smorfia alla Joker.
Andai in direzione opposta a loro. Non ostinata e non contraria: obbligata e stravolta.
Pensai: meglio non smettere di correre, anche a costo di andare pianissimo.
E così feci. Quasi ad andatura da riscaldamento, me ne andai verso Angri per una strada larga in discesa. E pensavo: devo riuscire a correre fino ad arrivare almeno al centro del paese, poi da lì posso camminare.
E pensavo anche: devo cercare di fare meno strada possibile.
Il punto basilare era che non ne avevo più. Niente.

Continuai a correre. Sempre più piano, approfittando di ogni piccola discesa. Mi diedi un obiettivo: una fontanella pubblica a cinquecento metri da casa mia. Avevo una sete vergognosa.
Mai più, mai più… – mi ripetevo, sperando che qualcuno mi portasse a casa in spalla.
E intanto ridevo.
Non lo so: forse il cervello in ipossia; forse il masochismo.
Quando vidi la fontanella, camminando e sospirando, mi ci attaccai e bevvi fino a gonfiarmi la pancia. Dopo provai a riprendere la corsa.
I miei quadricipiti indissero uno sciopero di categoria, barricandosi nell’immobilismo.
Perciò camminai. In quei cinque minuti a piedi fino a casa sperai che nessuno mi vedesse, né salutasse. Ma Angri è piccola.

Non ho mai misurato il percorso dell’allenamento di quel giorno.
Probabilmente si trattava della mia prima corsa lunga circa venti chilometri.
Ho analizzato poi dopo quali furono gli errori che mi ridussero in quello stato pietoso: disabitudine del fisico e della testa, alimentazione sbagliata, aumento troppo repentino del chilometraggio, scarpe approssimative e peso non adeguato, per dirne alcuni.

Ma quando sentii freddo alle ginocchia, aprii lentamente gli occhi e guardai le dita delle mani avvizzite, provai un’ebbrezza insolita.
Passato il minuto durante il quale non capii dove fossi, mi sentii come nuovo: avevo superato un limite; fatto qualcosa che la mente mi spingeva a credere impossibile; che il fisico rifiutava di fare.
Eppure ce l’avevo fatta.
In una vasca d’acqua ormai fredda e ridotto a un manichino senza nerbo, ma ce l’avevo fatta.
E già pensavo che avrei voluto rifarlo.

Un pezzo della gioventù, indicativo dell’anzianità.
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