Sì, contiene una canzone della band anni ’90, cheiddiolebenedica.

Roma è enorme. Ciò dà un’indicazione abbastanza chiara del fatto che io venga da un paese. Ciò non dà indicazioni sul fatto che ci voglia tantissimo tempo per fare cose.

Partenza della gara prevista alle 10:00. Partenza da casa alle 8:00. Entro in griglia alle 9:55 dietro un milione di cappellini gialli Melinda. Ok, calma. Che cazzo è successo prima?!

10 minuti di:

Esco dalla metro e vado verso San Pietro.
Arrivo a uno dei colonnati laterali, non so dove andare. Entro. In fila, chiedo a uno dei poliziotti:
– Sa mica dov’è il ritiro pettorali della gara?
– Non saprei, forse lì – indicandomi un punto oltre la staccionata
– Ah, ok. Torno indietro e vado lì?
– Non può tornare indietro, deve passare per il metal detector.
Ah, quel mio sapor mediorientale non credo mi agevolerà nella richiesta di scavalcare per passare.

10 minuti di:

Dove si ritira il pettorale.
Vagabondando per i vicoli, chiedo in giro. Alla fine raggiungo un furgoncino. E dovrei fare pipì. Fila lunga, pacchi gara in esaurimento, canotta taglia M, pacchi gara esauriti, fa niente per il pacco gara. Devo trovare il deposito borse. Devo fare pipì.

10 minuti di:

Raggiungo il deposito borse.
Incontro casualmente Gigi, siciliano-romano, e assieme andiamo al terminal Gianicolo, perché è lì che c’è il deposito borse e lui sa dov’è. Scale, parcheggio sotterraneo, stanzetta, fila lunga. Comincio a cambiarmi in piedi. Aggancio il pettorale, mi spillo il dito, mi sfilo la tuta, metto il completino, cambio le scarpe, infilo tutto nello zainetto che metto nella sacca. Aspetto in fila. Devo fare pipì. Aspetto. Consegno il paccotto.

10 minuti di:

Devo fare pipì.
Sono pronto. Vorrei fare riscaldamento, ma devo fare pipì. Mi metto in fila, dietro di me c’è una ragazza delle Fiamme gialle, che sicuro è forte. Sto in fila e faccio riscaldamento sul posto, così tengo la vescica occupata da altri pensieri. Sento una voce femminile alle mie spalle che parla con un’inflessione centro-italica, mi giro. È Gaia Sabbatini.

E sto per salutarla, come sempre convinto che mi sia familiare perché angrese, ma mi fermo in tempo. Poi la vescica mi ricorda che siamo al punto di non ritorno. Quando esce il tizio dal bagno chimico, esulto come Grosso dopo il rigore del 2006.

10 minuti di:

Come si entra in griglia.
Devo trovare il mio varco. Corricchio tra la gente. Trovo un punto di accesso. Non è il mio. Cambio zona, costeggio il viale di partenza. Niente. Torno al varco precedente. Entrano tutti. Bambini, cani, cappellini, vegliardi, guardie svizzere, santi e fanti. Sono lontano cinquecento metri dall’arco. Penso che, stando così le cose, guarderò solo il real time della gara.

5 minuti di:

Facce perplesse e gente che cazzeggia.
Poi la folla ingovernabile e matta, che si muove con un’ondata. Si libera spazio davanti. Scatto, ché tanto non ne ho fatti per il riscaldamento. La savia tecnica delle mani sulle spalle di chi sta davanti mi evita cadute. Appena vedo un pertugio, comunque, scatto forte.
– Ma siamo partiti?
– Non saprei.
Cappellini Melinda ovunque.

1 minuto di:

C’è un altro arco un centinaio di metri davanti a me.
C’è il banchetto dei cronometristi. Si parte lì, quindi.
Dieci, nove…
Echitessant, così?! Attacco il gps sotto l’arco.

Poi 35 minuti di:

Parto. Cappellini gialli. Tecnica delle mani sulle spalle. Uso una tizia come scudo umano. Curva a destra, ponticello. Molti rallentano. Io mi magno i gradoni di un marciapiede e rimonto tipo duecento posizioni. Ponte fatto e si apre un vialone. Strada libera davanti. Al sommesso autoincitamento di “ma nun me rumpit ‘o…”, mi metto a un ritmo buono. Rimonto tutto ciò che riesco a rimontare. Anche Gaia, che sgambetta agile al terzo km, anche la tipa della Fiamme gialle al sesto, anche un amico di Nocera con cui facciamo un siparietto tipo
– Ueeeee – Oooooo – Hahaha – Acchiappiamo quel gruppetto – No, vai vai.
Io sono in progressione e, nonostante il percorso non sia facilissimo, tra sampietrini e strappetti di salita e discesa, sono troppo contento di correre per le strade di Roma. Mi sento bene, anche se le caviglie mi urlano minacce in etrusco. Al nono km penso che, vabbuo’, accelero: supero un paio di tizi; poi uno da dietro mi supera, però. Cerco di restargli agganciato, ma, cazzo, va fortissimo per me.
Sul traguardo, però, siamo entrambi battuti dalla mela Melinda. Perché bisogna sempre restare umili e riconoscere i propri limiti.

All’arrivo ho appuntamento con Chiara e Andrea. Senza cellulare e senza riferimenti specifici, se non un laconico “all’arrivo”.
Ci ritroviamo comunque.
Mi cambio di nuovo in piedi. Foto davanti al Cupolone tutti e tre assieme. Ristoro post-gara talmente scarso, che don Bosco sulla medaglia piange. E meno male che dopo andiamo al pub irlandese.

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