Per le mani ci passa tutto.
Prima che ti dicano: e no, non devi, non si fa!, tutto il cibo.
Poi tutti i giochi, le facce di parenti, amici e passanti.
E poi pure la terra che mangi.
Vai a scuola e ci passano i giocattoli, i pastelli, i pennarelli, le plastichine.
Le plastichine ci passavano: ora sugli scaffali non le trovi più.

Tutto ci passa per le mani. E poi te le dimentichi.
(O almeno io, voi non so.)
Non ci pensi più alle mani, perché vedi soltanto.
Vedi, vedi, vedi.
Guardi, conosci e brami.

Io le mani le ho riscoperte quando ho cominciato a giocare a basket, quando mi sono reso conto che le mani capivano.
Ogni pallone un verso, una sua scivolosità;
risposte diverse al palleggio, polvere trattenuta diversamente, rotazioni singolari tra le mani.

Poi c’è stata tutta la sezione dei giochi di mani, giochi di villani; leva le mani da là; mani per la cecità: associazioni della mente, intermezzi tra ironia e vergogna. Ma tutt’è vita.

A me, le mani mi hanno sorpreso un pomeriggio, che era primavera e faceva caldo ed eravamo sul divano e stavamo vicini e cretini. Ed eravamo contenti, forse pure felici, o forse sono solo i ricordi, e chi lo sa più.

La memoria è una bugia. Ci puoi mettere quello che vuoi. E anche togliere, se vuoi. Certe cose, però, cancellarle non puoi. Forse però le trasformi, le riadatti, anche di volta in volta. Una costruzione Lego senza istruzioni.
(A questo punto, perché non crearsi solo ricordi di mattoncini spaiati e mischiati?)

E quel pomeriggio me la tenevo stretta e stavamo scomodi; e ci guardavamo negli occhi per dei secondi lunghissimi e ridevamo. Come i cretini, quali eravamo.
(Potessimo essere sempre tutti cretini, sarebbe un male?)
E lei profumava di zucchero filato, che poi non mi piaceva mica tanto, ma ora, se mi càpita di sentirlo, ci ripenso ogni volta. E prima lo odiavo, ma ora non fa più male: ho mutato il ricordo, l’ho trasformato in un perdono ripiegato, messo in tasca a me stesso.

E anche questa è memoria, ma olfattiva.
Vabbe’, magari un’altra volta.

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