Le regole di Giovane


Quei 12 grammi mi hanno insegnato molto.
A livello metaforico, sia chiaro. Perché, per quanto comunicativo, Giovane non riusciva a dissertare filosoficamente.

Giovane.
Il nostro pettirosso.
Chiamato così, perché ultimo arrivato in una casa che in quel momento ospitava un cane, dei conigli nani, delle cavie peruviane, dei canarini, forse un acquario.

Ritrovato da me e da papà sul monte Terminio, una mattina di agosto che eravamo andati a funghi, quando solitamente i nidi sono già stati abbandonati per la migrazione d’autunno.
Caduto davanti ai miei piedi e portato a casa dentro una tasca del giubbino.

Cresciuto a mano per un’estate intera nell’incertezza: ma che uccello sarà?
Gli abbiamo dato da mangiare con le cannucce di vimini spaccate a metà, preparandogli il “pastoncino”, ricetta paterna brevettata, e imbeccandolo quattro volte al giorno.

Colpito dalla maledizione del cacciatore, che aveva previsto per lui una morte imminente, ha vissuto poi 7 anni, nonostante la frattura di una zampa, infine calcificata.

Un esserino dalla capacità relazionale straordinaria.
Aveva versi diversificati per varie situazioni domestiche.
Il momento migliore, lo show, lo faceva quando rivedeva mio padre dopo parecchie ore di assenza: un canto solo per lui.
La volta che lo rivide, dopo tre settimane che i miei erano stati al mare, cantò per un quarto d’ora.
Lo gratificava così per tutti i vermi della frutta che riceveva ai pasti.
Giovane aveva la sua gabbia vicino alla tavola, di fianco a papà.

12 grammi di imperturbabilità e coraggio.
Difendeva il suo spazio senza indietreggiare.
Se eravamo noi ad aprire la gabbia per prenderlo e tagliare i suoi artigli, non si agitava troppo.
Se non conosceva la mano che si avvicinava alla gabbia, si scagliava contro come una vespa.

Rimase imperturbabile di fronte al gatto del vicino, entrato dal balcone, che si mise sopra la sua gabbia, aspettando di artigliarlo. Li trovai immobili a fissarsi.

Fosse stato libero in natura, sarebbe probabilmente migrato come i suoi simili per centinaia di chilometri, dai Balcani al Baltico fino all’Europa meridionale.

Quei 12 grammi mi hanno insegnato molto.

Sinteticamente, che per stare al mondo ci vogliono molte doti:

  • la leggerezza, per passare veloci sopra il fango di certi periodi;
  • un cuore forte, che spinga quella leggerezza lontano;
  • la generosità del canto, ché il tempo passato a nasconderlo è perso;
  • un animo saldo, davanti alle difficoltà e agli imprevisti;
  • il coraggio nel difendersi e nel difendere ciò che si ama.

Quando l’ho poggiato sulla terra scavata, 7 anni dopo averlo portato a casa, non ne sentivo il peso. Leggero come sempre, la calcificazione della zampa ancora evidente.
A coprirlo è bastata una paletta di terra.

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