Silenzio. Tra un istante pioverà.

Questo il titolo del racconto con cui ho partecipato al concorso “Narrare Narrando” anni fa, vincendo. Dopo avere visto il documentario “Quando eravamo re”, ho immaginato e scritto questo monologo: la voce narrante è quella di Muhammad Alì.
Buona lettura.

Non ti colpirò, George, non ora, non più. Non serve.
Ho già messo il sigillo a questo incontro. Sinistro-destro in pieno volto. Tanto veloce da non farti
capire che stai andando al tappeto, che per te è finito l’incontro, mentre inciampi nelle tue stesse radici di uomo albero. L’incontro. Il nostro incontro. Evento epocale. Atteso, poi rimandato (perciò ancora più atteso), infine disputato. Incontro combattuto qui, nella terra dei nostri avi, terra che forzatamente abbandonarono; terra che s’affaccia sul fiume, fiume da sempre e per sempre proteso verso mare, mare che separa noi dalla nostra prima identità, della quale non sappiamo molto, ma di cui pure avvertiamo la mancanza. Terra di negri, terra di schiavi. Terra che ora aspetta le piogge, per avere di nuovo l’acqua di cui è stata privata finora. Il cielo gonfio come una vescica promette di inondare ogni cosa. Case e piante, donne, uomini e anche noi qui, a Kinshasa, a boxare per diventare campione del mondo. E che l’acqua inondi anche la faccia del dittatore, che si staglia in ritratto sulla tribuna, sopra tutti, sopra noi. Il dittatore che ha ospitato questo incontro per lavare la faccia alla sua sanguinaria dittatura.
Non ti colpirò, George.

Ormai posso lasciarti cadere senza toccarti, solo accompagnandoti con lo sguardo. Tu eri potenza dirompente, ma ha vinto la resistenza. Tu eri potenza straripante e io lo sapevo bene. Ho avuto timore dei tuoi colpi e dei tuoi anni; ho avuto paura dei miei anni.
Tutti sapevano che sfondavi il sacco d’allenamento a pugni; tutti sapevano che il tuo allenatore ebbe due costole incrinate per mantenerti il sacco fermo; tutti sapevano dei tuoi sparring partners, sempre nuovi, per evitare di rimanere invalidi sotto i tuoi colpi. Ti hanno visto tutti, quando abbattesti Norton senza sforzo, in due riprese. Lui brancolava sul ring nel buio della confusione, contato fino a “10”, ormai sconfitto, sostenuto dai suoi assistenti; tu te ne stavi ritto in mezzo al ring come un baobab poderoso, i rami delle braccia nodosi lungo il corpo, lo sguardo fisso e impenetrabile da sciamano. Come avessi già previsto tutto, come sapessi già che non c’era altro destino possibile.
Quello stesso Norton, penoso a vedersi dopo l’incontro con te, a me spezzò la mascella. Quando
ricevetti la notizia della sua meschina sconfitta, della tua fulminea vittoria, rimasi immobile davanti al mio interlocutore: deduzione logica istintiva, epidermica e ferina, più veloce del pensiero. Cosa avresti fatto a me?

Ma non sei tu l’uomo del destino, George. Non oggi, non a Kinshasa.
Avrai tempo e modo per buttare al tappeto altri cento avversari, per troncare carriere appena nate e già finite e per mandare in pensione pugili ormai troppo vecchi per ambire ad alcunché. Nulla hai potuto contro di me. Perché sono io l’uomo del destino. Sono l’uomo dai due nomi, dal nome nuovo, l’uomo che ha gettato lontano da sé l’alloro della vittoria per non confonderlo col sangue delle vittime. Sono il vincitore di questo giorno appena nato, sono il più grande di tutti i tempi. E qui a Kinshasa sono venuto a vincere per i miei avi e per i discendenti dei miei avi, per questi uomini e queste donne, nostri fratelli di là dall’oceano, accorsi qui a gridarmi “Boma ye!”,
“Uccidilo, Alì! Uccidi George Foreman, uccidi l’imperialismo e lo sfruttamento, il dominio e il
sopruso; uccidi e liberaci, anche solo per una notte. Una notte basterà per farci dimenticare le nostre miserie; inebriaci e dacci una speranza vana, lunga il volo di una stella cadente”.
Ti vogliono vedere morto sotto i miei guantoni, anche se sei più nero di me, anche se sei nero come loro. Tu sei arrivato a Kinshasa col tuo abbigliamento stravagante, con la spocchia del ricco in vacanza e con il tuo pastore tedesco. Una bestia buona, ne siamo tutti certi, fedele e obbediente a te, il suo padrone. Ma qui, George, il pastore tedesco è stato la bestia dei padroni, dei belgi; bestia trattata come fosse un uomo, mentre gli uomini venivano ridotti in bestialità. Anche per questo mi gridavano di ucciderti.
Vogliono vedermi trionfante, vogliono vedermi nella gloria. Io che sono dalla loro parte, che ho
saputo leggere nel loro animo. Mi sono allenato correndo tra le loro baracche sgangherate e le loro strade polverose, ho saziato la loro sete di ascolto. Io che sono orgoglioso di essere stato africano. Ora ancora di più.

Non ti ho ucciso, George.
Io sono l’uomo che combatte danzando, più veloce del pensiero, più pungente del rimorso. Il mio
gancio, quello che mandò al tappeto Sonny Liston, ci mise quattro centesimi di secondo dal mio
braccio alla sua faccia. Quattro centesimi. Un soffio, un battito di ciglia. Chi chiuse gli occhi in
quell’istante non capì perché quel bestione di Sonny cadesse al tappeto così rovinosamente, senza grazia. Non ho avuto bisogno di abbatterti. Ho vinto per rapidità, con arguzia. Ho perfino pensato all’estetica.

Perciò non ti colpisco mentre cadi, George.

Perciò non ti colpisco mentre cadi, George. Ma lascio che da solo tu vada al tappeto,
ritraendo il guantone che avrebbe potuto affossarti faccia a terra.
Sono più vecchio di te. Forse per questo motivo più scaltro; di certo per ciò più paziente. Questo
incontro l’ho preparato osservandoti, immaginando cosa avresti fatto per provare a battermi. Ho
allenato me stesso come mai avevo fatto prima: ho imparato a usare armi non mie, le armi che
avrebbero potuto sconfiggerti. Correndo più che mai, ho allenato i miei polmoni a dilatarsi, a
raccogliere tutta l’aria possibile, a trattenerla come fanno gli alberi. Incassando colpi in allenamento, senza rispondere, ho allenato il mio corpo e la mia anima a subire. Ho fermato la mia danza. Ho imparato e sopportato il dolore. Ho stravolto me stesso per batterti, per vincere contro me stesso. Mi sono fatto albero per battere te, uomo albero.

Così sono giunto a questo incontro. La folla, arrivata allo stadio durante la notte, attendeva solo noi. Ho lasciato il mio spogliatoio tra le lacrime dei miei allenatori, dei miei amici. Erano tutti certi che, piuttosto che perdere contro di te, mi sarei fatto uccidere sul ring. Siamo usciti dal tunnel che mancavano pochi minuti alle cinque di mattina. L’orario migliore per la messa in onda dell’evento sulle televisioni americane. La folla ha levato un boato assordante. Il quadro di Mobutu ha oscillato. E Mobutu stesso ha avuto un tremito, rintanato nella sua camera privata con telecamere a circuito chiuso sull’evento. Qualcuno dice che anche il sangue delle vittime del regime, lavato a fatica dal terreno dello stadio, ultima terra che abbiano calcato da vivi, abbia tremato. Don King, che questo incontro l’ha organizzato, sghignazzava in tribuna per l’affare fatto.

Siamo saliti sul ring. I nostri assistenti ci hanno tolto di dosso gli accappatoi. Ci siamo incontrati al centro della scena, faccia a faccia, vicinissimi. Tu impassibile. Tornati all’angolo, è suonato il gong.
Sono partito come una scheggia. Ho provato a sorprenderti, a mandarti al tappeto prima che potessi accorgertene. Ho provato a schernirti con colpi a guardia scoperta, allargando le braccia per colpirti con entrambe le mani, come il percussionista batte il cuoio del tamburo in un ritmo alternato e serrato. Ho provato a colpirti con tutta la velocità possibile sugli zigomi e sul naso. Sei rimasto imperturbabile con la tua faccia da baobab. Hai aspettato che finissi la mia scarica, di colpi e di adrenalina, poi hai cominciato a fare il tuo gioco. Hai rubato il centro della scena e del ring; ti sei messo a menare colpi come un obice in guerra. Mi hai spinto contro le corde; ho smesso di danzare, di ronzarti attorno e pungerti. Mi sono chiuso in una guardia passiva, a tratti apatica. Ho incassato tutti i tuoi colpi. All’addome, al busto, alla testa; anche sulle braccia, lì facevano male, bruciavano come graffi.
La prima ripresa è finita così. Ho avuto paura di nuovo. Come quando vidi Norton disteso
scomposto sul ring. Ho avuto paura, allora ho urlato fuori dal ring, alla gente accorsa per vedermi batterti: “Alì boma ye!”. Mi hanno risposto ripetendo all’unisono l’invocazione. La campanella ha tintinnato di nuovo.
Se ne sono andate così sette riprese. Tu a martellare, io a incassare, rispondendo solo saltuariamente al tuo martellante picchiare selvaggio di tempesta tropicale. Ti sfogavi per le mie provocazioni. Io ridevo. Ridendo, ti pregavo di colpire di più e meglio, con più forza e precisione. Altrimenti, qualcuno vedendo, avrebbe creduto tu fossi diventato una signorina.
Le mie risposte erano piccole cesellature tra la materia grezza. Combinazioni veloci, mirate; sospiri musicali di ritmo durante la furia. Piccole speranze di riuscire a batterti, segnali di vita
nell’indolente resistenza cui mi costringevi. Non sembravi subire troppo quelle risposte, eppure
cominciavano ad aprirsi delle crepe nella tua convinzione, nella tua solida certezza di vittoria, nella tua integrità arborea. Alla settima ripresa avevi già perso brillantezza; all’ottava eri quasi finito.

Come la notte si apre al giorno, sono uscito dalla mia guardia chiusa, cominciando ad approfittare delle tue prime distrazioni, della tua stanchezza. Ormai molle, mi offrivi una guardia via via sempre più scoperta e vulnerabile. Rinvigorito io dal vederti così, in balia della tua stessa furia, ho cominciato a pestarti.
“Boma ye, Alì!”
Barcollavi sul ring. Perdevi forza e precisione nei colpi. Ti appoggiavi a me dopo
i colpi tentati, cercando di riprendere vigore e respiro. “Boma ye!”. Poco per volta sono uscito dal
mio arrocco, ti ho chiamato, re, fuori dalla tua dimora. Ti ho invitato alla mia danza, ma avevi i
piedi già troppo stanchi e lo sguardo di chi vuole lasciare la festa.
Perciò non ti ho colpito altrimenti. Perciò sei caduto da solo sulle tue mani.

E mentre l’arbitro conta per te i dieci secondi, posso gridare al mondo di aver vinto ancora, di
nuovo, di essere tornato campione del mondo. “Boma ye, Alì!”. Tu siedi a terra e i tuoi assistenti ti
tengono i polsi, ti controllano le pupille. I miei assistenti mi stringono e attorno a me si stringono,
mi spingono e urlano. Alzo verso il cielo i pugni e le braccia, poco più alti tra migliaia di altre
braccia in delirio; le alzo verso il cielo di Kinshasa in questa mattina equatoriale, pronta a riversare su noi tutti una furia d’acqua.

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