Bugiardo

Cercava di convincere gli altri a seguirlo, ma nessuno gli dava attenzione. Erano quasi tutti impegnati in una partita di torneo, quindi molto concentrati. Nella polvere del campetto di asfalto e terreno, i bambini correvano e inseguivano il supersantos, tanto gonfio da farli sembrare ancora più piccoli.
Perciò dava a parlare a uno dei due portieri, quando la palla era nell’altra metà campo.

“Vieni a vedere, sono sicuro”
“Ma stai zitto, dici solo palle”
“Ma sono sicuro: i peli sono quelli!”
“Bugiardo”

Bugiardo. Se la portava sempre con sé quella fama. Solo perché non aveva davvero giocato nelle giovanili del Napoli. L’aveva detto per sentirsi importante. Perché lo sceglievano sempre per ultimo, quando si facevano le squadre. E se erano dispari, come in quel caso, era l’escluso.
Eppure lui di gol ne faceva. Pochi, ma li faceva. Ogni volta che segnava, urlava un numero, quello progressivo del gol: li contava tutti. Pochi, ma li contava.

“Dai, dopo venite a vedere”
“Dopo… dopo… Mo stai zitto!”
Gli attaccanti stavano arrivando, scambiandosi velocemente il pallone.
“Dopo venite, però”
“Stai zitto!”
Il portiere aveva fatto qualche passo in avanti e si spostava a destra, poi a sinistra, cercando di seguire lo spostamento degli avversari. Uno dei due era molto bravo. Giocava davvero nelle giovanili di una squadra locale e, quando calciava, tirava delle bombe che il pallone fischiava.
“Veramente, sono sicuro… Oh, vedi che ti fanno gol…”
Il portiere si era girato con lo sguardo infuriato, il naso arricciato e tutti i denti in mostra. Restava un solo difensore, ma era lontano dall’attaccante con il pallone, che era quello delle bombe. L’attaccante aspettò un rimbalzo del pallone, piantò il sinistro a terra e lasciò andare la gamba destra, colpendo il pallone di collo piede con tecnica invidiabile. Il portiere era già a terra, quando il tiro partì. Il pallone, indirizzato nell’angolino basso, passò di fianco alla pietra che faceva da palo, all’interno della porta. Gol.
“Te l’avevo detto che segnavano.”

Quando la partita finì, decisero per una pausa.
Erano in sette. Tirarono fuori tutti i soldi che avevano in tasca. Tutti spiccioli.
Il più bravo in matematica, il ragioniere, fece i calcoli per tutti.
“Riusciamo a comprare i ghiaccioli”
“E i cornetti no?”
“No, costano troppo”
“E ma il ghiacciolo a me non piace”
“Mia mamma fa i ghiaccioli al limone a casa” disse un terzo.
“E fanno schifo, mangiateli tu” gli rispose un altro.
“Oh, ‘sto scemo, statti zitto”
“Andiamo, dai, sette ghiaccioli a cocacola e avanzano duecento lire” chiuse la disputa il ragioniere. Si avviarono fuori sul marciapiede.
Mentre andavano, il bugiardo tornò sull’argomento, parlando ad alta voce in mezzo al gruppo.
“Comunque è lui, sicuro”
“E come lo sai?”
“Ho riconosciuto la macchia sulla zampa”
“Io sono andato a controllare stamattina, non si capisce niente”
“Eh, e dopo ti faccio vedere se ho ragione o no”
Entrarono tutti assieme dentro il minimarket. Il proprietario li rimproverò già prima che facessero alcunché. In tre aprirono il congelatore con i pannelli scorrevoli, uno si infilò dentro e prese i ghiaccioli marroncini dal cartone aperto sul lato corto. Misero i ghiaccioli sulla cassa.
“Sono sette”
“Li conto io” L’uomo prese con due dita i ghiaccioli uno per volta. Erano sette.
“Mica ne avete rubato qualcuno?!”
“No, quando mai!”
Appena fuori dal negozio, quello che s’era tuffato nel congelatore, cacciò dal pantaloncino altri tre ghiaccioli. Tra urletti e risate se ne andarono di corsa via da lì.

Tornati quasi a casa, il più bravo ai videogiochi fece una proposta.
“E se con la duecento lire in più andiamo al bar e chiudo Mortal kombat?”
“Io vengo”
“Pure io”
“No, io mi scoccio”
“Sì, anch’io mi scoccio”
“E venite con me a vedere se è lui, allora”
Il bugiardo non mollava. Mai. La sua forza era l’insistenza.
Poteva ripetere per interi pomeriggi lo stesso sfottò. Si fissava su un nomignolo, lo affibbiava a qualcuno e sfiniva la vittima scelta. Purtroppo per lui, era tanto esile e magro, che i gomiti e le ginocchia sembravano pomi su una ringhiera, e perciò le prendeva un po’ da tutti. Alcuni, compassionevoli, si limitavano a prenderlo soltanto in giro; altri, tipo quello delle bombe, lo prendevano a calci e a pallonate.
Alla fine cedettero in due e lo seguirono. Il bugiardo fu preso dalla fibrillazione; cominciò a saltellare e a fischiare tra i denti uno strano ronzio. Sembrava Totò in versione marionetta.
“Venite, venite, sta qua, vicino alla scala C”
Arrivati al punto, dovettero fare attenzione. La macchia era al centro della strada. Le auto passavano di là continuamente.
“Aspettiamo che passi questa e poi andiamo”
Appena la strada fu libera, i tre andarono; il bugiardo rimase a controllare il traffico, mentre gli altri due si piegarono sulle ginocchia per guardare meglio.
“Non si capisce niente”
“Boh, i colori sembrano quelli là, ma non lo so”
“E allora perché non torna dall’altro ieri?” chiese il bugiardo con tono non confutabile.

Avevano trovato quel gattino nel giardino condominiale. C’erano delle aiuole poco curate, delimitate da piccoli cipressi; all’interno di quelle crescevano delle siepi, in cui facevano il nido passeri e altri piccoli uccelli; le gatte spesso lì andavano a caccia, lì partorivano e poi nascondevano i cuccioli. Uno di quelli l’aveva adottato il gruppo di bambini, che quando non giocavano, si aggiravano là dentro in cerca di qualche animale. Le povere lucertole erano le principali vittime di torture, gli uccelli solitamente non venivano infastiditi, i rari serpenti e topi facevano abbastanza schifo a chiunque.
Quel gattino, invece, piaceva a tutti. Della madre non c’era più traccia. Se ne stava sempre da solo. E allora avevano cominciato a portargli da mangiare; lo portavano con loro quando si giocava nei garage, al riparo dal caldo dell’estate, o in trasferta, quando andavano nella vicina palestra abbandonata: lì dentro provavano ad addestrarlo alla caccia, mettendogli davanti le lucertole catturate in precedenza. Ma il cucciolo le faceva scappare quasi tutte, si distraeva facilmente.
“Forse è lui”
“Lo vedi?!” urlò il bugiardo.
“Sì, pure a me sembra lui”
“Si vede la macchia, si vede la macchia!”
“Sì, mi pare di sì”
Il bugiardo non stava nella pelle. Forse per la prima volta nei suoi nove anni di vita qualcuno gli stava dando ragione. Il terzo se ne stava zitto, che quasi gli scappava da piangere.
“Va bene, andiamocene” disse soltanto.
Si tolsero dalla strada. Rimasero sul marciapiede a guardare quella macchia, già scura sull’asfalto.
“Magari se n’è andato da un’altra parte”
Arrivò un’auto: le ruote del lato destro passarono proprio lì sopra. Nessuno disse una parola.
“Sì, magari se n’è andato”

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