Far far away

Disteso, guardò le stelle.
Da anni non lo faceva. L’ultima volta era ancora a casa sua.
Gli sembrarono belle e calme, come sempre.
E il silenzio, che gli si fece intorno, amplificò l’effetto.
Come uno spettacolo in HD con le cuffie. Solo senza HD e senza cuffie.

Disteso, stette per dei secondi infiniti.
Un’onda di ricordipensierifaccesensazioni gli tolse il respiro.
L’odore di pulito dagli androni dei palazzi, il muro da riverniciare a casa, le piogge e il freddo, la ruota del carretto che cigolava ma dimenticava sempre di oliarla, gli sguardi incarogniti, le puttane mezze nude, la pietà che odiava, i panini caldi del pomeriggio, la commessa del supermercato, le cover. Le cover dei cellulari.
Quando rifiatò, una fitta acuta lo punse al fianco destro.
La magia delle stelle si esaurì.
La bicicletta era da buttare, il tubolare piegato e i raggi saltati.

Immobile, pensò: che beffa.
Finire così, solo, incompreso, lontano dalla sua terra. Tanti chilometri da camminare, due mari da attraversare.
Al dolore si mischiò il pianto, alla rabbia la voglia di reagire, ma su tutto montò la frustrazione, come in trono.
Le gambe non le sentiva più.

Esausto, rotolò sul fianco.
L’asfalto era caldo dopo la lunga giornata d’estate.
Il battito del cuore gli rimbalzava nella tempia poggiata a terra.
Vide la lucina gialla lampeggiante di un’auto pian piano sfocarsi.
Sfocate vide anche delle sagome farsi vicine.
Non capì cosa stessero dicendo. Gli stavano intorno, nessuno lo toccava.
La maglia di cotone, strappata e malmessa, gli lasciò scoperta la schiena.
Un brivido gli risalì fino alla nuca. Come se una mano fredda gli avesse contato le vertebre una per una.

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